Il Mare a Vazzano Sharo Gambino - Scrittore

Editoriali

[…] Quando, tre o quattro giorni dopo averla scattata, mio padre mi mise in mano la fotografia, io ci vidi benissimo mia madre tenersi in braccio mia sorella e vidi benissimo il balcone con le due graste, ma il muro rustico del palazzo no, perché non c’era, svanito, sparito per chissà quale sortilegio. Al suo posto, invece, un bel mare calmo che cullava un paio di vele un po’ sotto la linea d’orizzonte. Cosa di misterioso era avvenuto nell’istante in cui mio padre, premendo una peretta di gomma rossastra, aveva fatto scattare l’ottura tore della macchina fotografica e bruciare il magnesio provocando un lampo di luce accecante? A riflettere su quel che c’era sulla foto, sembrava che casa nostra, in quell’infinitesima frazione temporale, si fosse trasferita chessò, a Pizzo, dove il mare era stabilmente, o come se il mare fosse venuto a Vazzano per fare più bella l’immagine di mia madre nel dolce atteggiamento che aveva assunto. Un ritorno, più che altro tale, nella mia fervida fantasia, si figurava la misteriosa presenza sulla foto.

Perché del mare a Vazzano, avevo già sentito dire non so da chi, come spiegazione della presenza di conchiglie fossili, tante, tantissime, che rinvenivo giocando a fare grotticelle nella ripa arenaria nei pressi della casetta di campagna dello zio Peppe Calòiero, alla Musa. Si scavava facilmente, con le sole mani, e la sabbia, identica, persino nell’odore salmastro e nel sapore, a quella marina, veniva giù, e, di tanto in tanto, mi regalava quelle antiche d’un’età che non avevo fantasia bastante per immaginare. Per me i cinquemilioni di anni passati non erano più dell’anno prima. E quanto a Quaternario, se da qualcuno mi fosse stata pronunciata la strana parola, essa sarebbe rimasta per me un semplice geroglifico mentale. Era però, immensamente, suggestivo, per me che non andavo ancora alle elementari, immaginare che là dove eravamo e camminavamo e mangiavamo e parlavamo eccetera, una volta c’era stato il mare blu, e ci avevano guizzato torme di pesci d’ogni forma e colore e dimensione; e lo spazio sovra le nostre teste era stato solcato da barche e navi. Talvolta, al mare che c’era stato là dove ora mi trovavo a scavare in cerca di conchiglie, ci pensavo con tanta concentrazione, con tanta intensità, che mi sentivo soffocare, mi veniva meno il respiro come m’era accaduto alla marinella di Pizzo: le orecchie avevano fatto clic aprendosi ad un gran fragore, e un senso di stordimento m’aveva invaso per pochi attimi; poi di nuovo l’irrompere rigenerante dell’aria nei polmoni e insieme all’aria la festa della luce negli occhi, e nelle orecchie la voce concitata di mia madre e le parole rassicuranti dell’uomo prontamente accorso a tirarmi suda una profondità minima e che m’era sembrata abissale. […]