Biasuzzu, il fotografo dell’aspromonte Mimmo Gangemi - Scrittore

Editoriali

Era Biasuzzo opoloer tutti. Per sessant’anni – dal 1925 fino agli anni ’80 – fu lui il fotografo nei paesini abbarbicati sui dorsi delle colline alle prime pendici dell’Aspromonte. Ha il merito d’aver saputo trattenere la memoria di più generazioni, tracciando lo scorrere del tempo, i lenti mutamenti, le esistenze degli umili appena sfiorati dalla storia, o che la subivano soltanto, imprigionando i rari sussulti di vite trascinate anonime e tra gli stenti, e i frustali di una quotidianità di cui altrimenti si sarebbe smarrito il ricordo. Impronte importanti. Che si sono conservate per la caparbietà della madre, lei a decidere che a quel suo giovane, venuto su fervido di mente, di bella presenza e dai tratti raffinati, s’addicesse un mestiere che gli preservasse gentili le mani e non piuttosto la zappa e la campagna cui allora non scampavano i figli del popolo.

Biasuzzo – al secolo Biagio Germanò da Scido, classe 1905 – non fu fotografo inteso come staccato manovratore di uno strumento più o meno meccanico. Lui ne seppe fare un’arte. Plasmando la realtà, adattandola e manipolandola da incidervi il sigillo del suo animo. Impressionava emozioni, Biasuzzo. Dentro i suoi scatti la creatività prevaleva sulla macchina, la fotografia ha cessato d’essere la fredda riproduzione di quel che catturano gli occhi. E l’attimo imprigionato è diventato il riflesso della genialità. Appartiene a lui più che a chi vi è stato ritratto. Sfogliando gli album con le vecchie foto, si ripercorre il cammino di un’intera comunità. Com’era, i disagi, il lento evolversi, l’aria che si respirava. Osservando uno scorcio perduto, sacrificato alla modernità, uomini e donne di un’altra epoca, le folle stipate, al pari dei chicchi dentro un melograno, in un’occasione di festa, le scene di un mondo che non c’è più, si riavvolgono i fili del passato, si riscoprono le radici, si riannoda la continuità. Le immagini supportano e completano la fantasia, i racconti attorno alla ruota del braciere nelle serate di levantina, i ricordi ingialliti dallo scorrere degli anni. Proiettano la tradizione orale su uno schermo, sostituendosi a essa. Biasuzzo lo ingaggiavano per immortalare gli eventi felici, i soli di cui valesse la pena serbare memoria: battesimi, processioni, cresime, adunanze, matrimoni. Scovo foto di bambine con le mani giunte per la prima comunione e più tardi sorridenti spose sull’altare, popolane con le lunghe saie nere, e bambini scalzi che stanno loro intorno, un canale di muco verdastro che fa capolino dalle narici e le maniche di giacche, già addosso a chissà quanti altri, luccicanti come in terra le bave delle lumache, per il naso sempre strofinato lì. Tra le moltitudini, facce vagamente note a cui non riesco ad appiccicare i nomi e altre che hanno popolato la mia infanzia, anche i miei nonni, durante riunioni di chiesa, feste di paese, celebrazioni del fascio. M’imbatto in scatti con il Duca d’Aosta, e un lungo codazzo di macchine al seguito, mentre, nel 1929, percorre la sterrata Statale 112 diretto a inaugurare il Sanatorio Vittorio Emanuele II appena completato ai piani di Zervò. Poi, le raccoglitrici di ulive riunite nell’anta, un vecchio grinzoso e canuto seduto sull’uscio di casa, un carro trainato da due buoi e adibito a trasporto passeggeri. Scopro gli impietosi danni dell’alluvione del ’51. E il ponte Lago – una meraviglia d’ingegno e d’architettura, con le sapienti volte di mattoni pieni – prima che lo distruggesse l’insospettabile furia della fiumara, d’estate un rigagnolo quieto e serpeggiante che si fatica a distinguere nel largo alveo. Le scene dei cortei matrimoniali danno il senso del mondo in evoluzione, che mutava magari più lento che altrove e tuttavia mutava, inseguendo le mode. Gli abiti delle spose negli anni ’20 sono corti e alla Charleston, con una specie di cuffia bianca che fasciava la testa – poco meno di un burkha, dato che calava fino al bordo delle sopracciglia. Negli anni ’30, lunghi da mostrare solo gli scarpini e con un velo svolazzante. Dopo, sempre più vaporosi e con gli strascichi che si allungavano. Li si celebrava mondanamente in casa, i matrimoni. O nella sala del cinema, con gli sposi sul palco e gli invitati stipati per ore e ore sulle sedie a rimpinzarsi, di paste secche con la mandorla e rosolio verde, di paste secche senza mandorla e rosolio giallo, di paste secche con la ciliegia candita e ancora rosolio, ma celestino. Biasuzzo immortalava con molte più foto di quelle richiestegli, stirando in alto la mano con il flash, collimando l’inquadratura sulla parte superiore della macchina accostata all’altezza dell’ombelico, facendo segno a che si componessero bene, sistemando con le giuste pieghe la coda dell’abito bianco, facendo cadere armoniosa la seta sulle spalle, abbottonando una giacca, dando un colpo di pettine, scostando un ciuffo ribelle. Appena il quadro gli appariva al meglio, si tingeva il viso di un misurato sorriso perché allargassero uguale il loro. E sempre, prima di fermare il breve attimo, “inumiditevi le labbra” ordinava. Negli sposalizi, oltre che fotografo, era ospite. E non disdegnava le libagioni. Così, capitava che, lungo la strada del ritorno, la strettoia all’andata attraversata con la macchina in brillante scioltezza, la vedesse tale da non poterci passare, e invece ci sarebbe riuscito comodo un autotreno. Qualche lastra la “sprecava” per proprio piacere. Sono le immagini più belle, autentiche, carpite:tre vecchi assieme, con il bastone e i volti arrossati forse dal vino, a temprarsi al primo sole primaverile, una donna intenta a sezionare i capelli a una bambina per toglierle pulci e lindane, un uomo triste e spento, più consumato del rustico e sbilenco portone sullo sfondo, un mulattiere colto nel momento in cui solleva la cavezza nodosa per abbatterla sul muro caricato con due grandi cofani attaccati al basto. Nello schermo, ormai in bianco e nero, dei miei ricordi si staglia spesso Biasuzzo. Lo osservavo ammirato. Per un mestiere che mi affascinava, appariva nobile. Non lo rammento con la bicicletta dei suoi inizi. Me lo hanno raccontato così, mentre arrancava sui tornanti, il treppiedi, in legno e scuro, legato orizzontale alla canna e la scatola fotografica dietro le spalle, e scattava scomparendo la testa sotto un panno nero, come nelle scene dei film western che ci inebriavano al cinema di don Nicolino. S’imbatté nella mia vita quando aveva già sostituito la vecchia scatola con un’attrezzatura moderna e la bicicletta prima con una Lambretta, pernacchiante, e dal motore che pareva stesse per esalare gli ultimi rombi nell’affrontare i tratti in salita che da Scido conducono al mio paese, e dopo con una seicento blu munita di portapacchi. Biagio Germanò, il Biasuzzo di tutti, è morto nel 1994. Lasciandoci un’eredità da non disperdere, perché ha conservato intatto il tempo con la testimonianza di un mondo antico e irripetibile, con sapienti pennellate dentro cui la storia delle nostre genti, la nostra storia, si è snodata dentro la storia d’Italia pur senza che ne abbia fatto parte appieno.